Il sentiero Colle Carnici – il Torrione

a cura di Ferruccio Esibini

Il percorso

Per il sentiero Colle Carinci – il Torrione bisogna partire in macchina da Roma e da Poli, lasciare l’Urbe e il paese per scoprire la Campagna Romana, salire sui monti da dove Roma sembra più piccola e lontana, l’aria che respiriamo più leggera e il silenzio che ci circonda più avvolgente.

La geologia

Le caratteristiche dei terreni attraversati dal percorso, sono di due tipologie. Il primo è costituito da un substrato calcareo più antico per genesi e dislocazione e, il secondo è di tipo vulcanico, cronologicamente più recente, che tende a ricoprire il primo ed ad addolcirne le asperità orografiche.

Le rocce carbonatiche rappresentano la base su cui si sono deposte le rocce di origine vulcanica

(piroclastiche) provenienti dall’area dei castelli romani e prodotte dall’attività dell’apparato Tuscolano – Artemisio, artefice delle strutture vulcaniche a sud est di Roma che hanno dato luogo

al complesso dei Colli Albani.

La vegetazione

Il paesaggio della Campagna Romana

Il paesaggio della campagna romana ha da sempre ispirato pittori, letterati e viaggiatori: la sua vicinanza alla grande città, le innumerevoli testimonianze storiche e i lembi di vegetazione naturale ancora presenti, rendono questo luogo unico, naturale scenografia di elementi antichi e moderni legati al tessuto urbano.

Millenni di attività umane hanno modificato sensibilmente il paesaggio vegetale originario: la vegetazione che attualmente caratterizza quest’area è il risultato dell’interazione uomo-natura che da sempre ha caratterizzato la campagna romana.

I valloni

In questa zona il sentiero a volte taglia a volte segue il tracciato di valli incassate, che, oltre a preservare i resti dei ponti degli acquedotti romani, sono custodi di una lussureggiante vegetazione che ne ricopre i versanti. La fitta macchia li protegge da un uso intensivo da parte dell’uomo: in alcuni punti più appartati vi si conservano i resti dell’antico bosco planiziario dell’Agro Romano contenente straordinari relitti di antiche vegetazioni.
In questi luoghi si può ancora ammirare la campagna romana, in compenetrazione con le aree dominate dal bosco misto caducifoglio che tende a prendere il sopravvento. Il passaggio è graduale, con diverse sfumature a seconda delle differenti condizioni microstazionali. Le “steppe antropiche”, formazioni a prato-pascolo caratteristiche della campagna romana, tendono ad essere sempre più colonizzate da formazioni cespugliose caratterizzate da specie arbustive pioniere: la marruca (Paliurus spina-christi), il prugnolo (Prunus spinosa), il biancospino (Crataegus monogyna), e specie legate alla presenza del bosco come il corniolo (Cornus mas). Tali formazioni arbustive sono a stretto contatto con le aree di bosco misto caducifoglio a dominanza di cerro (Quercus cerris) consociato con farnie (Quercus robur), aceri (Acer campestre, Acer
monspessulanum), orniello (Fraxinus ornus), carpino nero (Ostrya carpinifolia). Non è raro incontrare formazioni arboree a leccio e orniello (Orno-Quercetum ilicis, leccete mesofile) ma anche leccete termofile (Viburno-Quercetum ilicis), legate a condizioni microstazionali, come quelle dei versanti dei Valloni.

L’allineamento dei valloni, infatti, produce l’esposizione a mezzogiorno di un fianco e a settentrione di un altro: ciò comporta gradienti di temperatura e umidità differenti e di conseguenza anche la vegetazione è molto differente.

Nel versante a mezzogiorno è presente una macchia con essenze prevalentemente mediterranee come il leccio, altre specie di macchia mediterranea, o orientali come il carpino orientale, accompagnati dalla fillirea (Phyllirea latifolia, Phyllirea angustifolia), dalla ginestra (Spartium junceum), dall’asparago (Asparagus acutifolius) e da varie specie di orchidacee.
Nell’altro versante, esposto a settentrione, si sviluppa invece un bosco misto di latifoglie composto da roverelle (Quercus pubescens), castagni (Castanea sativa) e noccioli (Corylus avellana).

Il fondo del vallone poi, con altissima umidità, anche estiva, dovuta ai vapori dell’acqua ed a una sorta di effetto serra naturale causato dalla volta delle chiome degli alberi, si presenta come un giardino botanico dove è possibile trovare enormi bardane (Arctium lappa) alte quanto un uomo, con foglie del diametro di un metro, felci, equiseti di dimensioni ragguardevoli insieme a ciocche di ciclamini e viole.

In corrispondenza dei valloni con i versanti più alti, maggiormente incisi, si può avere una distribuzione della vegetazione legata al fenomeno dell’inversione termica. Nella parte alta la vegetazione tende ad essere più mediterranea con frequente fisionomia di macchia (Quercus ilex, Arbutus unedo, Phillyrea latifolia, Erica arborea, Cistus incanus). Poco più in basso, su forte acclività, troviamo il bosco misto con presenza di Quercus cerris, Acer obtusatum, Castanea sativa.

Nel tratto di raccordo tra il fondovalle e la parete della forra troviamo un bosco più mesofilo con presenza di specie quali il Carpinus betulus, Corylus avellana, Sambucus nigra, Fraxinus ornus,Euonymus europaeus. Nel fondovalle abbiamo un bosco misto ripariale a tratti a “galleria”, legato a corsi d’acqua (Salix alba, Populus nigra, Sambucus nigra, Ulmus minor, Alnus glutinosa).

La fauna

Il progressivo processo di antropizzazione è stato nel secolo scorso la principale causa della scomparsa dei grandi rapaci e di erbivori come il cervo (Cervus elaphus), il capriolo (Capreolus capreolus).

Ancora presenti il gatto selvatico (Felis sylvestris), la martora (Martes martes), la donnola (Mustela nivalis) e molti rapaci come la poiana (Buteo buteo), il falco pecchiaiolo (Pernis apivorus), il nibbio bruno ( Milvus migrans), il gheppio (Falco tinnunculus), lo sparviere (Accipiter nisus), il gufo comune (Asio otus) , l’allocco (Strix aluco) e la civetta (Athene noctua ).
Specie come la volpe (Vulpes vulpes) e la faina (Martes foina) sono riuscite ad adattarsi alle modificazione dell’ambiente introdotte dall’uomo ed il numero è andato aumentando nel tempo.

E’ comune imbattersi in tracce di cinghiale (Sus scropha), reintrodotto a più riprese con razze alloctone.

Si segnala la presenza inoltre del tasso (Meles meles), dell’istrice (Histrix cristata), dello scoiattolo (Sciurus vulgaris meridionalis), del riccio (Erinaceus europaeus), della talpa (Talpa sp.), del ghiro (Myoxus (Glis) glis), del moscardino (Muscardinus avellanarius), del topo quercino (Eliomys quercinus), del topo selvatico (Apodemus sp.) e del ratto (Rattus rattus).

Per quanto riguarda l’avifauna si possono avvistare oltra ai suddetti rapaci alcuni passeriformi (merlo, pettirosso, passero, fringuello, ecc.), l’alloctono fagiano (Phasianus colchicus), ghiandaie (Garrulus glandarius) e cornacchie grigie (Corvus corone cornix), mentre nei rari boschi d’alto fusto si può sentire la presenza del picchio verde (Picus viridis), del picchio rosso maggiore (Dendrocopus major). Capinere (Sylvia atricapilla), fringuelli (Fringilla coelebs), cardellini (Carduelis carduelis), ballerine bianche (Motacilla alba) e gialle (Motacilla cinerea), usignoli (Luscinia

megarhynchos) e cincie (Parus sp.), sono alcuni fra i passeriformi più comuni.

La base dei Monti Prenestini ospitano una gran varietà di rettili, fra i quali si segnalano la vipera (Vipera aspis), il cervone (Elaphe quatuorlineata ), il colubro verde e giallo (coluber viridiflavus), la biscia dal collare (Natrix maura).

Fra i sauri sono abbastanza comuni la luscengola (Chalcides chalcides) e l’orbettino (Anguis fragilis), la lucertola (Lacerta sp.), il ramarro (Lacerta viridis) ed il geco (Tarentola mauritanica), comune nei muri a secco delle vecchie case.

Numerose anche le specie di anfibi presenti. Molto importanti è ad esempio la presenze dell’ululone dal ventre giallo (Bombinia variegata pachypus). Da segnalare inoltre la rana greca (Rana graeca), la rana verde (Rana esculenta), la raganella (Hyla intermediaa), il rospo (Bufo bufo) ed il Tritone italiano (Lissotriton italicus)

Il sentiero  Colle Carinci – il Torrione

In un connubio fra archeologia e natura, in una fusione emozionante ed affascinante, in questo breve percorso fermo nel tempo, si mostrano al visitatore le imponenti strutture dei ponti degli

acquedotti romani “Anio Vetus” (272 a.C.) e “Aqua Marcia” (144 a.C.) ed elementi residenziali e funerari.

Percorrendo la SP 49a (Polense) all’altezza del km 33,300 si svolta sulla SP 29b (Torrione-Piantata), al km 1,000, sulla sinistra comincia il sentiero, segnato da una tabella, si entra in un

oliveto la cui coltura è egregiamente condotta dai proprietari. Poco dopo aver attraversato l’oliveto, per circa 200 mt, si entra in un bosco deciduo di querce e castagni. Proseguendo, sempre in

discesa si raggiunge uno slargo incolto, dove in precedenza era un vigneto coltivato a pergola. In fondo a sinistra dello slargo c’è un sentiero appena accennato che ci introduce di nuovo nella

vegetazione boschiva. Poco prima di entrare nel bosco possiamo ammirare due probabili pozzi di spurgo afferenti antichi acquedotti di cui lo scrivente non sa definire l’appartenenza. Gli stessi sono

parzialmente riempiti con residui terrosi e vegetali, che ne impediscono l’ispezione. Sarebbe interessante georeferenziare questi pozzi e dare una perimetrazione all’area, in quanto è anche

possibile una caduta negli stessi.

Entrati nel fitto della vegetazione in cui si è aperto un varco si continua scendendo ancora fino a giungere all’incrocio dei fossi di Colle Carinci e del fosso proveniente dal Puntone. Si supera un

agevole guado su cui si possono rilevare i segni delle ruote di antichi carri che in questo punto attraversavano il torrente, si risale per un breve tratto nel bosco per uscire al ripiano sovrastante

coltivato a seminativo.

Qui inizia l’estensione del percorso verso il fosso dell’Inferno, descritto nel box di seguito. Altrimenti si prosegue dritto per guadagnare di nuovo l’ingresso nella boscaglia del versante sudoccidentale

del colle del Torrione, per raggiungere il pianoro sommitale soprastante, sulle tracce di un’antica strada (1).

Giunti sull’ampia spianata alla sommità del colle, sono visibili vari resti antichi di una villa romana, di cui è conservato un muro in opera cementizia , intorno per un’estensione molto vasta sono

sparsi frammenti in opera reticolata, blocchi squadrati di tufo, ceramica grezza e a vernice nera.

Costeggiando una siepe arborea-arbustiva che delimita la tenuta di S.Giovanni si sale un piccolo dislivello e si entra in una estensione a olivi, la si attraversa per un centinaio di metri e si giunge

sulla strada bianca del Torrione che si diparte dallaSP29 b.

Percorrendo agevolmente questa strada interpoderale dopo poco sulla sinistra si ammmira la tomba chiamata localmente <>. (2)

Superata la tomba si percorre ancora qualche centinaio di metri di strada bianca, ammirando a destra e a sinistra i coltivi dei laboriosi locali, si raggiunge di nuovo la SP 29b, all’altezza del km

1,850, per cui girando a destra e seguendo la stessa per 850 mt, si raggiunge di nuovo il punto di partenza.

Estensione al fosso dell’Inferno. Dal punto in cui si è giunti salendo dall’incrocio dei fossi, esattamente al margine del coltivo, che è già parte della tenuta di S.Giovanni in Camporazio, si attraversa lo stesso in diagonale in maniera da costeggiare il percorso di una strada antica segnato per vari metri da una striscia di sterpaglia, con una direzione SSO-NNE, Si prosegue per circa trecento metri in tale direzione finquando il percorso non degrada con una doppia “S” nell’alveo del torrente e lo risale passando sempre in questo fondovalle a seminativo. Attraversato il torrente si percorrono un paio di

centinaia di metri circa in questa area aperta, e si incontra una mulattiera che scende da sinistra dal casale di S.Giovanni. Tenendo la destra di questo fondovalle ci si avvicina di nuovo al torrente dove entrando si possono ammirare le rovine del Ponte dell’Inferno. Esso non è altro che un ponte ad un solo arco con il quale lo speco dell’Anio Novus superava il fosso dell’Inferno. Originariamente il ponte era interamente costruito in opera quadrata con blocchi di calcare locale. Di esso resta soltanto il pilone e l’attacco dell’arco sulla riva E.

Più a valle di circa 50 metri è presente lo speco dell’Acqua Marcia che doveva superare il fosso dell’Inferno su di un basso ponte, che è andato completamente distrutto.

Per tornare indietro si segue la stessa strada in senso contrario.

Bibliografia

Z. Mari – Tibur, Volume 4- Forma Italiae

Riferimenti cartografici

Carta Tecnica Regionale

(1) Tale tracciato antico riportato dal Canina e sulla Carta Storico Monumentale Archeologica del Comune di Roma si sarebbe separata dall’attuale via di Poli ad O di Ponte Lupo. Verso ENE proseguiva aumentando lentamente di livello e costeggiando la villa, i cui resti sono poco più avanti sul percorso, raggiungeva la sommità del colle del Torrione. Qui ad E della tomba “il Torrione”riappariva fino a qualche anno fa per una cinquantina di metri con grossi basoli di calcare. Proseguiva poi verso E e, passando a S di S.Angelo con percorso non chiaro, doveva giungere alla Cona. Di qui è possibile proseguisse verso Guadagnolo e il santuario della Mentorella.

(2) Sul colle del Torrione, alla quota 316 sorge una tomba conosciuta col nome di “Torrione”. Essa presenta esternamente un plinto di forma quadrata, esattamente orientato secondo i punti cardinali, in opera cementizia, che doveva essere rivestito in opera quadrata pseudo isodoma, di cui sono visibili due filari sui lati N e O, uno sul lato E , mentre il lato frontale ne è privo. Sopra il plinto si innalza per circa 3 metri un nucleo cilindrico in opera cementizia. La copertura è conica. Anche questa parte superiore doveva presentare un paramento in opera quadrata , andato completamente perduto. L’ingresso alla camera interna, ha le pareti in opera reticolata. Esso immette in un ambiente quadrato, coperto con volta a botte.

Nella parete N e nelle laterali si aprono tre nicchie rettangolari che dovevano contenere sarcofagi, con copertura a volta. Tutte le pareti interne hanno un paramento ad opera reticolata. Lo schema della tomba è piuttosto comune in epoca tardo repubblicana, epoca alla quale la si fa risalire.(foto n° 1)

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