Percorso Monte Coste Galle

A cura di Francesco Casaroli e Ferruccio Esibini

 

La prima parte dell’itinerario si può svolgere tutta in automobile o con un servizio navetta che da Piazza Monsignor Cascioli porta direttamente a San Martino per cui il percorso inizia da:

San Martino 565mt slm–Monte Coste Galle 1152mt slm – dislivello 587 –

durata 7h

Il percorso

Da San Martino si prende il sentiero che da Poli porta a Guadagnolo- Mentorella (n°514 CAI-FIE) che inizia in salita su una carrareccia sviluppandosi, in questo tratto, fra uliveti, lembi di bosco misto, ginestre e grossi cespugli della graminacea tagliamani detta localmente “cartica”.

Suggestivo lo scorcio, ad ovest, del borgo antico di Poli con la sua caratteristica “forma urbis” a fuso d’acropoli. La carrareccia si inerpica in tornanti e la vegetazione si arricchisce di qualche albero isolato di roverella, acero, olmo e leccio. Intorno a 680mt slm, sotto colle Crocetta, il percorso piega a destra e diventa un sentiero solo pedonabile. Attraversato il fosso del Carticoso, in questo punto poco inciso, il sentiero sale immerso in un ginestreto ed ad una quota di 750mt slm arrivando ad un pianoro meglio conosciuto come Piano della Cona (toponimo). Si continua a salire tra grossi cespugli di ginestra, prugnolo, rovo e pero selvatico.

Il passaggio di versante si raggiunge ad una quota di circa 785mt slm in località la Cona dove è visibile, ancora una volta, l’abitato di Poli prima di inoltrarsi nel bosco. A questo punto il sentiero si trasforma di nuovo tornando ad avere le sembianze dell’antico tratturo (antica via Poli Guadagnolo) e il paesaggio vegetale cambia completamente: ora ci accompagnano i robusti tronchi di alberi di un bosco fresco ed umido in cui abbondano i noccioli, carpini, aceri e querce caducifoglie. Si superano piccoli fossi e prima della fine del bosco, sulla destra, si incontra un grosso esemplare di acero montano secolare, che per la sua maestosità si dovrebbe classificare come “monumento naturale”.

Alla fine del bosco e facendo attenzione a non superare il fosso delle Cerrete (poi fosso Torciano) si piega decisamente a destra. Il sentiero, appena visibile, passa in parallelo ad un piccolo fosso inciso sotto colle Sterparo e facendo attenzione ai grossi cespugli di rovi, pruni selvatici, biancospini e rosa canina, si oltrepassano dei pianori adibiti a pascolo fino a raggiungere una carrareccia che taglia trasversalmente il sentiero; si segue la carrareccia verso est per un breve tratto fino all’altezza di una grossa roccia che forma una specie di “finestra orografica”, da dove è visibile, in lontananza, la croce di vetta della montagna. Si piega nuovamente a destra sul sentiero in direzione est-sud-est.

Superati altri pianori, caratteristici di questa zona, tenendo scrupolosamente la destra sotto colle Sterparo e giunti a quota 1040mt slm si apre improvvisamente lo strapiombo sulla Vallata di San Martino. L’impatto visivo è veramente gratificante per gli escursionisti. Il paesaggio ora assume caratteristiche decisamente montane.

Da questo punto si continua la salita seguendo un sentiero piuttosto stretto, sul confine territoriale dei comuni di Poli e Capranica Prenestina, passando sotto Colle Casaletti (toponimo Mora Bianca) un gruppo di calcare bianco in bilico sullo strapiombo a quota 1110mt slm.

Terminato il breve sentiero si attraversa la provinciale Capranica- Guadagnolo vicino al cartello territoriale Tre Confini e ci si inoltra per il tracciato che porta al pianoro soprastante e poi, salendo, al Colle dove si trova la croce di vetta a quota 1082mt slm.

Si segue il percorso sud-ovest seguendo, quanto possibile, il sentiero

delle Creste (n°512 CAI-FIE) che da Capranica porta a Guadagnolo, in modo da evitare il tracciato della strada di esbosco. Dopo qualche centinaio di metri si giunge alla meta – Monte Coste Galle (M.Calo)mt 1152slm.

Fatta una breve sosta panoramica da dove si può spaziare tra Monti Laziali e Abruzzesi, si scende fino ai prati che si trovano presso un’area di sosta per le macchine, in prossimità degli ultimi alberi di Pinus Nigra, che hanno resistito al depauperamento di un tentativo di rimboschimento effettuato negli anni ’60.

Su quest’area prativa si sosta per il pranzo.

Dopo la sosta si riprende il cammino per il rientro.

Si scende a sinistra della conca dove nasce il fosso delle Tre Quarta (poi Lavatoio, poi Moletta) si prende il sentiero che gira intorno a Monte Formello per scendere fino all’omonimo Fontanile. Il tratto, in forte pendio, deve essere percorso con particolare attenzione.

Dal Fontanile di Formello, ristrutturato nel 2015 ad opera di un gruppo di volontari polesi, si prende il sentiero che porta al Piano di Cia. Nel primo tratto il sentiero è in piano e segue quasi in parallelo la strada provinciale soprastante, poi incomincia a scendere gradatamente di livello fino al pianoro.

Arrivati al Piano di Cia, un’ampia radura adibita a pascolo, si prosegue tenendo la sinistra e dopo un centinaio di metri si imbocca il sentiero che scende fino al Fontanile delle Madrighette, restaurato nel 2008/2009 con la collaborazione della Pro-Loco di Poli. Si prosegue verso San Martino.

Attraversato il fosso del Cardellino (toponimo) sotto grosse piante di salice, si segnala, sulla destra, la presenza del bottino dell’acqua di San Martino una delle sorgenti più antiche di Poli.

Giunti in località San Martino, da dove si è partiti, si torna a Poli con le proprie vetture o con la navetta.

La geologia

Considerando più nel dettaglio i tipi di terreno interessati nel nostro sentiero possiamo osservare che il tracciato attraversa una morfologia, che è quella montuosa di tipo calcareo.

La natura carbonatico-marnosa si avverte dalla morfologia ad andamento erto con stacchi decisi nei pendii con valli nette spesso coincidenti con le fratture (faglie) che hanno scompaginato ed accavallato imponenti successioni di sedimenti marini al cui interno, sotto forma di fossili micro e talvolta macroscopici, viene custodita l’origine.

La vegetazione

Il dislivello che dal casale di S.Martino porta fino a Guadagnolo

permette di attraversare differenti formazioni vegetali legati alle diverse fasce

fitoclimatiche: più in generale sui Monti Prenestini sono rappresentate le fasce vegetazionali comprese tra l’orizzonte sub-mediterraneo e quello sub- montano. Si passa quindi dal Lauretum sottozona media e fredda (orizzonte delle sclerofille sempreverdi), al Castanetum (orizzonte del bosco misto caducifoglio) fino ad arrivare al Fagetum che sui Prenestini è rappresentato da formazioni residuali di faggio (Fagus sylvatica) attorno agli 800-900 m s.l.m..

Procedendo dalle formazioni più termofile a quelle più mesofile, sui M.ti Prenestini sono presenti:

– leccete, legate a condizioni microstazionali di mediterraneità: sono rappresentate dalle leccete sviluppatesi ad esempio sul versante orientale e meridionale dei M.ti Caprini: qui è presente il leccio, il terebinto (Pistacia terebinthus), la fillirea (Phyllirea latifolia), l’acero minore (Acer mospessulanum) e l’orniello (Fraxinus ornus);

– querceti misti termofili: occupano i versanti più caldi, a quote superiori delle leccete e sono composti in prevalenza da roverella (Quercus pubescens), e cerro (Quercus cerris) con orniello, carpino nero (Ostrya carpinifolia) e aceri (Acer campestre e Acer monspessulanum);

– boschi misti di latifoglie, sui versanti montani più freschi. Tali formazioni sono costituite dai già citati carpino, orniello, acero campestre, tiglio, nocciolo (Corylus avellana) e olmo (Ulmus minor).

– castagneti da frutto impiantati anticamente nel versante orientale (Capranica Prenestina) e Nord orientale (Guadagnolo).

– lembi residui di faggete presenti nel versante Nord-occidentale, in ambienti freschi ed impervi a circa 800-900 m s.l.m.. Eccezionale la faggeta c.d. “depressa”, in quanto vegeta ad una altitudine minore di quella tipica, chiamata localmente “macchia de li fai”, a monte della valle di S.Martino. Fino a qualche decennio fa questa faggeta era composta da esemplari plurisecolari, poi un insensato taglio ha eliminato per sempre questi monumenti arborei.

alla presenza del bosco come il corniolo (Cornus mas). Tali formazioni arbustive sono a stretto contatto con le aree di bosco misto caducifoglio a dominanza di cerro (Quercus cerris) consociato con farnie (Quercus robur), aceri (Acer campestre, Acer monspessulanum), orniello (Fraxinus ornus), carpino nero (Ostrya carpinifolia). dalla ginestra (Spartium junceum), dall’asparago (Asparagus acutifolius) e da varie specie di orchidacee.

La fauna

Il progressivo processo di antropizzazione è stato nel secolo scorso la principale causa della scomparsa dei grandi rapaci (come ci riporta, circa la presenza dell’aquila reale sulle falesie di Guadagnolo Mons. Cascioli nelle “Memorie storiche dell’antichissima terra di Poli”) e di erbivori come il cervo (Cervus elaphus), il capriolo (Capreolus capreolus).

Ancora presenti il gatto selvatico (Felis sylvestris), la martora (Martes martes), entrambi a “status indeterminato”, la donnola (Mustela nivalis) e molti rapaci come la poiana (Buteo buteo), il falco pecchiaiolo (Pernis apivorus), il gheppio (Falco tinnunculus), lo sparviere (Accipiter nisus), il gufo comune (Asio otus) , l’allocco (Strix aluco) e la civetta (Athene noctua ).

Specie come la volpe (Vulpes vulpes) e la faina (Martes foina) sono riuscite ad adattarsi alle modificazione dell’ambiente introdotte dall’uomo ed il numero è andato aumentando nel tempo.

E’ comune imbattersi in tracce di cinghiale (Sus scropha), reintrodotto a più riprese con razze alloctone. Si segnala la presenza inoltre del tasso (Meles meles), dell’istrice (Histrix cristata), dello scoiattolo (Sciurus vulgaris meridionalis), del riccio (Erinaceus europaeus), della talpa (Talpa sp.), del ghiro (Myoxus (Glis) glis), del moscardino (Muscardinus avellanarius), del topo quercino (Eliomys quercinus), del topo selvatico (Apodemus sp.) e del ratto (Rattus rattus).

Per quanto riguarda l’avifauna si possono avvistare oltra ai suddetti rapaci alcuni passeriformi (merlo, pettirosso, passero, fringuello, ecc.), l’alloctono fagiano (Phasianus colchicus), ghiandaie (Garrulus glandarius) e cornacchie grigie (Corvus corone cornix), mentre nei rari boschi d’alto fusto si può sentire la presenza del picchio verde (Picus viridis), del picchio rosso maggiore (Dendrocopus major). Capinere (Sylvia atricapilla), fringuelli (Fringilla coelebs), cardellini (Carduelis carduelis), ballerine bianche (Motacilla alba) e gialle (Motacilla cinerea), usignoli (Luscinia megarhynchos) e cincie (Parus sp.), sono alcuni fra i passeriformi più comuni.

I Monti Prenestini ospitano una gran varietà di rettili, fra i quali si segnalano la vipera (Vipera aspis), il cervone (Elaphe quatuorlineata ), il colubro verde e giallo (coluber viridiflavus), la biscia dal collare (Natrix maura).

Fra i sauri sono abbastanza comuni la luscengola (Chalcides chalcides) e l’orbettino (Anguis fragilis), la lucertola (Lacerta sp.), il ramarro (Lacerta viridis) ed il geco (Tarentola mauritanica), comune nei muri a secco delle vecchie case.

Numerose anche le specie di anfibi presenti. Molto importanti la segnalazione della presenza dell’ululone dal ventre giallo (Bombinia variegata pachypus). Da segnalare inoltre la rana greca (Rana graeca), la rana verde (Rana esculenta), la raganella (Hyla intermediaa), il rospo (Bufo bufo) ed il Tritone italiano (Lissotriton italicus)

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