Gli Acquedotti: AQUA CLAUDIA, AQUA MARCIA, ANIO VETUS

A cura di Ferruccio Esibini

ANIO VETUS

L’Anio Vetus difatti scorre profondo sottoterra nella zona di Gericomio. L’acquedotto deve passare sotto  il  letto  del  Fosso  dell’Acqua  Raminga,  finché  raggiunge  il margine  nord^est  del  Fosso  della Mola di S. Gregorio

In questa vallata l’Anio Vetus aveva tre ponti, l’uno in sostituzione dell’altro in successione. Il più vecchio giace a m.12 o 14 sotto Ponte S. Pietro, dove una piccola parte del suo specus rimane sulla sponda a nord-est del ruscello. Scorre 30° a E di S ed è grosso modo largo m. 1,23; i suoi lati non

sono conservati e può essere misurato solo attraverso la grossa quantità di deposito calcareo sul fondo, ma è presente pure il deposito sulla sommità, con una piccola porzione della volta e della parete  orientale.  Il  secondo  ponte  è  caratterizzato  da  un  nuovo  specus, m.0,80  più  basso  del

vecchio. Scorre 5° a E di S, e poi gira a 20° a E di S, in modo da attraversare il ruscello; fu costruito in blocchi di pietra calcarea locale e la fondazione è anch’essa di questo materiale; è largo m.0,93

ed ha sul fondo un deposito di natura compatta, simile all’ardesia.

II terzo ponte è più a valle lungo il ruscello. Prima di raggiungerlo, si trovano parecchi frammenti di uno  specus in  reticolato  augusteo  con  nove  pozzi,  sulla  sponda  sinistra  del  ruscello.  La  parte

superiore  di  questi  pozzi,  lunga m.1,52 e  larga m.0,68, è  visibile  sulla  linea  del mulino  in  disuso della Mola di S. Gregorio, ora distrutto, a circa m.100 a valle del Ponte S. Pietro e a m.10 circa di

distanza dal ruscello stesso.

Il  terzo  ponte,  fra  tutti  quelli  degli  acquedotti,  è  il  migliore  esempio  della  norma  descritta da Frontino,  in  base  alla  quale  “dove  un  condotto  è  distrutto  dal  tempo,  l’acquedotto  viene ricostruito su sostrutture o su archi per accorciarne la lunghezza, abbandonando così il percorso sotterraneo  che  seguiva  le  valli”;  infatti  in  questo  punto  gli  ingegneri  di  Adriano  riuscirono  a

ridurre notevolmente la lunghezza dell’acquedotto per mezzo di un ponte (figg. 5, 6, 7) situato in un punto ben scelto, proprio prima che la valle si allarghi. Questo ponte è disegnato dal Canina. Lo specus lo imbocca direttamente all’estremità nord, senza la solita svolta ad angolo retto; ci sono tracce  di  un  puteas ad  ovest.  Il  ponte  è  costruito  interamente  in  opera  cementizia,  rivestita

originariamente in opus-reticulatum, rinforzato con blocchi di tufo nei piloni e con opera laterizia nello specus.

Gli  archi  sono  costruiti  con  doppi  anelli  di  tegole  disposte  a  cuneo  e  mattoni  in  parete.

La  sua lunghezza totale è di m.155,50 e l’altezza massima è di m.24,50. I suoi 24 archi hanno luci in media di m,4, ma quelli che attraversano il ruscello e la moderna gora del mulino, forse sulla linea di una precedente biforcazione del ruscello, hanno una luce di m. 6,25.

Il primo e il secondo arco discendono la sponda. Incomincia poi la struttura a doppio ordine, con allineamento perfetto  all’inizio.  Il  sesto  arco  superiore,  con  un’imposta  originale,  è  stato restaurato  in  opera  laterizia  tarda  con  un  triplice  anello  di  tegole,  invece  dell’originario  doppio anello. Il pilastro che  segue è  stato  rivestito, mentre gli archi  superiori dal  settimo al nono  sono restaurati in mattoni con lo specus$in opus$mixtum.$L’imposta del nono arco superiore sul decimo pilastro (l’undicesimo è stato riparato in tempi moderni), il decimo e l’undicesimo arco superiore, insieme agli archi che vanno dal dodicesimo al diciottesimo (tutti in unica fila) sono originali.

Il tredicesimo arco è stato rinforzato da un pilastro nel centro, con arcuati sostegni a croce, tutti rivestiti in opus mixtum;ed i pilastri del diciassettesimo e del diciottesimo arco sono rinforzati con lo stesso materiale. Dopo il diciottesimo arco la pendenza graduale del ponte lascia il posto ad una rapida caduta sugli archi dal diciannovesimo al ventiduesimo, dove l’acquedotto ritorna sottoterra in una lunga galleria. Il diciannovesimo e il ventiduesimo arco sono crollati.

La pendenza graduale è di m. 1,08 su 141.60 m.; cioè il 7,66% ; la pendenza ripida è di m.4,09 su m.25,00,  cioè  il  163,50%. Quest’ultima  è  la  pendenza  più  ripida  mai  trovata  negli  antichi acquedotti e si può paragonare solamente alla diramazione della Claudia a S. Cosimato, anch’essa opera di Adriano. E motivata dal fatto che dopo la caduta, con una svolta quasi ad angolo retto, si entra in una lunga galleria.

AQUA MARCIA

Aqua Marcia: Ponte S. Pietro (lato est-nordest).

Da  questo  punto  la  Marcia  scorre  sotterranea  sotto  la  collina  della  Torre  dell’Acqua  Raminga, finché  raggiunge  una  valletta  che  segue  fino  alla  grande  valle  della  Mola  di  S.  Gregorio.

L’acquedotto segue la sponda nord-est di questo ruscello e al di sopra del sentiero moderno; circa

200 m. a nord-ovest del Ponte S. Pietro ci sono due putei circolari in opus reticulatum. Il Ponte S. Pietro (figg. 21, 22, 23) era originariamente costruito in blocchi di pietra locale porosa e calcarea,

con un grande arco centrale di non meno di m. 15,50 di luce su
l piccolo ruscello. I pilastri erano larghi solo m. 3,84 alla base, riducendo la larghezza fino a m. 2,77, e l’effetto doveva essere molto bello. C’era presumibilmente un arco più piccolo sulla sponda a nord-ovest e tre su quella a sud-est; ma la struttura è interamente ricoperta da cementizio tardo. Il primo pilastro di rinforzo era in cementizio,  rivestito  in  opus$ reticulatum$rinforzato  per  la maggiore  parte  in  laterizio, ma  era  di tufo sotto l’arco centrale: anche la prima ricostruzione della parete dello specus$è fatta di questo

materiale, come si può vedere all’estremità nord-ovest del ponte.

Questa muratura si estendeva probabilmente sotto tutto l’arco centrale, sebbene la sua presenza sia attestata solo dal più tardo rinforzo senza paramento costruito una volta contro questo e da un breve-tratto conservato su ciascun lato della muratura a blocchi. Questo rinforzo potrebbe essere attribuito,  secondo  lo  schema  della  Van  Deman,  a  Tito  o  ad  Adriano.  Molto  più  tardi, probabilmente sotto Settimio Severo146, l’intera struttura  fu  ricoperta con cementizio  rivestito in opera laterizia e con speroni sporgenti, mentre archi più piccoli in laterizio, con mensole in pietra per agevolare i  restauri  su  ponteggi,  si  sostituivano a  quelli  più grandi.  L’arco  sul  ruscello infatti manteneva un’apertura piuttosto larga di m. 11,20 di luce con interessanti nervature a scala, ma quelli delle aperture laterali erano piuttosto stretti, l’ultimo sulla sponda a sud-est era completamente  ostruito.  La  riduzione in altezza  di  queste aperture  portava la  sommità  del  ponte ad  una altezza  sproporzionata  e  quindi  il  lungo muro  fu  diviso  da  pilastri,  le  cui  basi  corrispondono  col punto  dove  gli  speroni  si  ingrossano  (sezione  AA).  La  struttura  può  essere  paragonata  al  ponte  dell’Aqua Claudia al Fosso Maiuro.

In un periodo più tardo, forse sotto Diocleziano, tutta l’estremità sud-est del ponte fu ricostruita, come sembra indicare la diretta giunzione in a$ed il cambiamento di stile nel paramento. Infine, l’apertura sulla sponda a nord-ovest fu tamponata, in un periodo molto più tardo, con cementizio rivestito di frammenti del deposito calcareo degli acquedotti.

L’acquedotto gira bruscamente lasciando indietro il ponte ed è visibile per circa 20 m. 10° S di O, lungo  il  margine  della  valle,  sotto  grandi  massi  di  roccia.  La  costruzione  è  in  cementizio  grezzo d’epoca tarda e nessun rivestimento è visibile, inoltre lo specus$è pieno di deposito. Poi scompare nella  collina,  passando  sotto il  crinale  sul  quale  passa la via  di  Poli ed emerge in  una vallata  più profonda, nota come Valle dei Morti nella Valle dell’Acqua Rossa, nella quale scende un sentiero al 29° km. della via di Poli.

AQUA CLAUDIA

L’acquedotto poi attraversa il Fosso dell’Acqua Raminga, a monte del Ponte S. Antonio, con un ponte più piccolo e ad un livello più basso di 14 m. Era originariamente un ponte ad arco singolo, largo circa m. 2, costruito in opera quadrata di  tufo rosso-marrone; l’intera struttura  fu  foderata da Adriano con pareti di sostegno rivestite di laterizio ed anche lo specus fu restaurato. Sia l’arco di pietra che quello di cementizio più tardo sono crollati. Lo specus restaurato è largo m. 1,30 e la sua  copertura è  rovinata:  le  pareti  laterali  sono  spesse m.  0,90,  rafforzate  da  speroni,  larghi m. 1,18,  sporgenti m.  1,45. Una livellazione,  presa alla  base  dello  strato  di  cementizio in  fondo allo specus, risulta  a m.  219,40  (II.  15);  al  di  sotto  c’è  un  ricorso  di mattoni  sopra  l’opera  quadrata.

L’acquedotto  girava  nettamente  su  ciascun  lato  del  ponte:  a  nord,  prima  di  raggiungerlo,  corre sud-est per sud, in guisa che dovesse passare dietro il Ponte S. Antonio; mentre sul ponte corre in direzione  est-sud-est  e  dopo  gira  quasi  a  sud-sud-ovest  lungo  la  sponda  ripida  della gola.  Il Petronselli aveva già assegnato esattamente questo ponte alla Claudia, mentre il Cassio ed il Nibby erroneamente  lo  attribuiscono  alla  Marcia,  come  fece  una  volta  anche  l’autore.  Non  è  stato osservato nè dal Canina, nè dal Lanciani.

L’Aqua  Claudia  appare  di  nuovo  all’estremità  sud  del  Colle  Faustiniano,  scorrendo  sopra  un terrazzamento che si trova sotto la parte più alta della collina, ben al di sopra della gola profonda della  Mola  di  S.  Gregorio.  II  canale  scorre  parallelo  al  ruscello,  in  direzione  sud-est  ad  una profondità  notevole,  come  è  disegnato  nella  sezione  (fig.  49).  Prima  di  raggiungere  i  tre  putei rotondi ci sono grandi ammassi di deposito calcareo, come se lo specus dell’Anio Novus fosse stato distrutto  dalle  coltivazioni.  Il  primo  puteus  ha  diametro  totale  di  m.  2,10,  è  rivestito  in  opus reticulatum ed è largo 1 m. internamente con pareti esterne spesse m. 0,47 e una base quadrata di opera laterizia. Il secondo ed il terzo sono visibili ad intervalli di m. 36,60 da centro a centro, o m. 35,60  (120 piedi romani) da esterno a esterno. I successivi tre pozzi sono posizionati in modo ipotetico. Il canale girava poi quasi ad angolo retto per attraversare la gola, che si trovava a 26 m. più in basso.

L’enorme  ponte  è  caduto  (cfr.  fig.  49),  dando  al  luogo  il  nome  Forme  Rotte  (canali  rotti).  Sulla sponda nord-est solo un po’ di cementizio è conservato dopo che una frana ha portato via l’opera quadrata, che era visibile nel 1899. Nel ruscello e sulla sponda sud-ovest ci sono massicci resti in blocchi  quadrati  di  tufo,  estratti  dalle  cave  esistenti  proprio  sopra  l’estremità  sud  del  ponte.

L’opera quadrata sembra essere stata utilizzata solamente nella parte inferiore del ponte e l’opera cementizia  rivestita  di mattoni  nella  parte  superiore.  La  struttura attuale  non  presenta  tracce  di restauro e l’opera laterizia è attribuibile ad Antonino Pio98, un periodo che non è rappresentato altrove  nella  storia  degli  acquedotti.  Se  c’era  un  ponte  originale  costruito  in  pietra,  non  c’è  più traccia della sua esistenza.

 

Il  grande  sperone  a  è  probabilmente  in  situ, sebbene  considerevolmente  fuori  allineamento rispetto al canale e comporta una larghezza a questo punto di 23 o 24 m. per la base dei pilastri di questo  ponte:  lo  sperone  stesso  è  largo  m.  10-12,  lungo  m.  7  e  alto  m.  6.  E  costruito  in  opera quadrata  e  cementizio  rivestito  di  mattoni,  la  prima  usata  esclusivamente  nella  parte  inferiore.

Dall’altro lato della linea del canale si trovano due enormi massi, b, caduti dai pilastri nella parte superiore ed il punto c probabilmente è una parte dello sperone che corrisponde al punto a. Un quarto masso, al punto d, è solamente scivolato dalla sua base è quindi si trova quasi in situ. Dal fondo dello specus fino al terreno questo frammento è alto m. 9,30 e lo specus qui è largo m. 1,23 con  pareti  spesse  0,60-0,65.  Infine,  la  struttura  e  è  ancora  in  posto  ed  ha  una  base  di  opera quadrata  sotto  il  cementizio.  Direttamente  sotto  lo specus  c’è  una  striscia  verticale  di  breccia, larga non più di un metro e profonda almeno m. 6,  racchiusa nell’opera quadrata; è una curiosa economia  di materiale  nel  nucleo,  che  dovrebbe appartenere alla  struttura  originale e  forse era stata  usata  da  costruttori  disonesti in  sostituzione  della  pietra.  C’è  un puteus” all’estremità  sud-ovest,che  si  immette  dalla  sommità  con  pedarole  sul  lato  nord-ovest  e  immediatamente  dopo questo, la parete dello specus a nord-ovest corre diagonalmente per m. 0,75, così che si ristringe a m. 0,30. Il rivestimento di mattoni dell’ultima parte di questa parete nel punto e, dagli speroni in avanti, è d’età più tarda di tutto il resto e probabilmente appartiene al quarto secolo: sul lato sud-est  del  punto  e  l’intonaco  idraulico,  spesso  m.  0,045,  è  posto  sull’esterno  probabilmente  per evitare perdite. Il ponte in realtà terminava al punto/(11.14), dove lo specus, largo qui m. 0.85 con una  copertura  rivestita  di  cementizio, entra in galleria  nella  roccia e gira  nettamente  verso  sud-sud-est. Gira subito di nuovo a sud-sud-ovest (ci sono tracce di un pozzo che gli appartiene a sud-est del canale dell’Anio Novus) e passa sotto lo specus dell’Anio Novus.Lo specus dell’Aqua Claudia scorre di nuovo in direzione sud-sud-ovest nel Fosso dell’Inferno e lo attraversa proprio sotto la congiunzione delle due diramazioni. Lo specus a cappuccina è largo m. 0,84 con i lati a piccoli blocchi in pietra calcarea spessi m. 0,40 e alti m. 0,30 – 0,38: mentre la copertura  è  formata  da  due  lastre  inclinate,  ciascuna  alta m.  0,68  e  spessa  0,27  (11.13).  Non  è visibile cementizio nella costruzione, sebbene ci sia qualche traccia all’esterno, forse appartenente  ad  una  saracinesca  di  un  periodo  più  tardo.  La  forma  dello specus  è  molto  strana  per  l’Aqua Claudia; ma i livelli confermano che non può appartenere a nessun altro acquedotto. A meno che il  livello del ruscello non sia cambiato, ci doveva essere qui un ponticello, a cui vanno attribuiti alcuni  blocchi  sparsi  nell’acqua;  ma  sarebbe  più  probabile  postulare  l’esistenza  di  un  sottopassaggio, soggetto all’erosione sin dai tempi romani.

E chiaro ora che l’Aqua Claudia passa sotto l’Acqua Rossa in galleria e non, come si è pensato in precedenza, sul Ponte Lupo.

Facebooktwittergoogle_plusmail